Venerdì, 22 Settembre, 2017

Morta per trasfusione sangue infetto, lo Stato dovrà risarcire eredi

Muore per una trasfusione di sangue infetto lo Stato dovrà risarcire 1,4 milioni alle figlie   
                       
                
         I Muore per una trasfusione di sangue infetto lo Stato dovrà risarcire 1,4 milioni alle figlie I
Irmina Pasquarelli | 09 Settembre, 2017, 06:00

La notizia è di questi giorni, lo Stato dovrà elargire un maxi risarcimento agli eredi di una donna di Agrigento che, nel 1989, a 47 anni, ha contratto l'epatite C in seguito ad una trasfusione di sangue infetto in un ospedale di Firenze. Un episodio che nel corso degli anni ha compromesso la salute della donna: le sue condizioni infatti si sono aggravate a causa della comparsa, quale conseguenza del contagio, di un tumore al fegato che nel 2008, all'età di 66 anni, ne ha determinato la morte. Sono passati 28 anni ma, adesso, la prima sezione della Corte d'Appello di Palermo, ha confermando la sentenza di primo grado.

La ha deciso la Corte di Appello di Palermo che, accogliendo le difese degli avvocati delle figlie, Angelo Farruggia e Annalisa Russello, confermando la sentenza di primo grado, ha affermato che "lo Stato è tenuto a pagare, poiché ha violato il dovere istituzionale di controllo nell'attività in materia di raccolta, distribuzione e somministrazione di sangue. Controlli che, se effettuati, con probabilità avrebbero impedito il contagio". Nell'ottobre 2012, a conclusione del processo di primo grado, il Tribunale di Palermo, accogliendo le richieste degli avvocati della famiglia, ha condannato il ministero della Salute al pagamento di un milione e 400mila euro, vale a dire 700mila euro per ciascuna delle due figlie della signora. È il caso di una donna morta a causa di una trasfusione di sangue infetto: lo Stato è stato condannato a pagare un risarcimento. Il Ministero della Salute fu ritenuto da tale sentenza responsabile dei controlli non avvenuti sul sangue infetto, sacche di sangue che in quel periodo giungevano direttamente da paesi come Africa e Asia, ritenuti ad estremo rischio patogeno. Il sangue malato fece molte vittime soprattutto tra emofilici e talassemici ma anche tra pazienti che ebbero bisogno di trasfusioni dopo un intervento chirurgico.

Il Ministero di contro era ricorso in appello sostenendo che all'epoca della trasfusione non erano disponibili i test per controllare che il sangue non fosse infettato dal virus HCV. L'accusa, per diverse case farmaceutiche, fu di aver immesso sul mercato flaconi di sangue prelevati a soggetti a rischio - sebbene all'epoca non esistessero test specifici - e non controllati dal Servizio sanitario nazionale, pagando tangenti a politici e medici: gli anni più "caldi" dello scandalo sanitario sono stati gli stessi delle inchieste di Mani Pulite.

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