Mercoledì, 18 Ottobre, 2017

Bioetica: Strasburgo prende tempo, medici tengano in vita il piccolo Charlie

Bimbo malato- Immagine esemplificativa Tutta la rete si mobilita con #CharliesFight dall’Italia un appello a Mattarella
Rufina Vignone | 20 Giugno, 2017, 18:04

Il ministero della Giustizia russa ha annunciato che ricorrerà in appello contro la sentenza della Corte europea dei diritti umani. "Alla luce delle circostanze eccezionali, la Corte ha già accordato la priorità al caso e procederà a valutare il ricorso con la massima urgenza", afferma in un comunicato stampa la stessa Corte. "Nel frattempo in rete continua la mobilitazione dedicata al piccolo, così come proseguono le commosse manifestazioni d'affetto nei confronti di Charlie e della sua famiglia", riporta il portale Osservatorio Malattie Rare.

Strasburgo ha infatti ordinato, in attesa di esaminare il ricorso presentato dai genitori, di tenere attaccato alle macchine e quindi in vita Charlie Gard. Ora, alla luce della presentazione del ricorso, la Corte ha invece deciso che Londra dovrà assicurare a Charlie i trattamenti e le cure più appropiate per mantenerlo in vita evitandogli per quanto possibile sofferenze e salvaguardandone la dignità. Al Great Ormond Street Hospital, il maggiore ospedale pediatrico inglese ha avuto la diagnosi: sindrome di deperimento mitocondriale. La madre e il padre del bimbo hanno però manifestato l'intenzione di sottoporre il loro figliolo ad una terapia sperimentale negli Stati Uniti e, a questo scopo, hanno avviato una sottoscrizione che, in poco tempo, ha raccolto 1 milione e 250mila sterline da quasi 100mila donatori.

"Contro il cinismo delle spending review sulla vita umana, l'infamia di grigi burocrati che pensano di poter decretare la morte dei nostri figli, una società tutta sottosopra nella quale un'occasione si dà anche al pedofilo ma non al bambino malato, io sto con Charlie". La vita del piccolo Charlie è appesa al filo di un giudizio che potrebbe arrivare da un momento all'altro e potrebbe essere negativo. Secondo gli attivisti, di fatto una proibizione piena di ogni possibilità pubblica di menzionare l'omosessualità.

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