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Pizzo a Corleone: 12 arresti con le denunce degli imprenditori

Corleone Corleone
Rufina Vignone | 09 Октября, 2016, 18:11

In più è stata applicata la libertà vigilata per 2 anni a carico di due mandanti di un progetto di omicidio. L'operazione, nata da una indagine del nucleo investigativo del gruppo di Monreale e dalla compagnia carabinieri di Corleone, colpisce il mandamento mafioso di Corleone e delle famiglie di Chiusa Sclafani e Palazzo Adriano e ha consentito di ricostruire gli assetti di vertice dei clan e i rapporti con le famiglie vicine.

Tra questi anche Carmelo Gariffo, 58 anni, nipote del boss Bernardo Provenzano, morto lo scorso luglio. Che faceva capire di averne discusso con "Lea", la sindaca Lea Savona: "Mi ha detto: 'Devo parlarne con l'assistente sociale'; gli ho detto, vedi che la pratica ce l'hai tu sul tavolino perché l'assistente sociale ha fatto tutte cose". In otto hanno ammesso di avere pagato, di avere subito le minacce estorsive dei capi ed emissari di 'Cosa nostra' corleonese.

Si tratta della quarta parte dell'indagine che ha portato allo scioglimento del Comune di Corleone per sospette infiltrazioni mafiose. Tra i suoi collaboratori più stretti due forestali che sono stati arrestati anche loro. Fra gli arrestati, il capo cantoniere Francesco Scianni, il figlio del capomafia Rosario Lo Bue, Leoluca, e Pietro Vaccaro, gli ultimi due sono allevatori; in cella pure gli omonimi Francesco Geraci, nipote e figlio di un capomafia deceduto, sono imprenditori agricoli.

Gli investigatori hanno ricostruito una lunga serie di estorsioni consumate e tentate ai danni, perlopiù, di ditte impegnate nell'esecuzione di lavori pubblici. E' un'altro degli elementi decisivi dell'operazione "Grande passo 4". Per chi indaga e indagini hanno ancora una volta documentato la costante pressione mafiosa sul tessuto produttivo nell'entroterra della provincia palermitana, "che ha ingenerato un clima di paura e un muro di omerta', per la prima volta incrinato dalla collaborazione spontanea di imprenditori locali".

"È evidente, come rilevato durante tutto lo sviluppo dell'attività investigativa - spiegano ancora gli investigatori - che il racket delle estorsioni, oltre ad essere uno strumento di accumulazione illecita di risorse, costituisce un'attività funzionale al concreto esercizio del potere mafioso e al controllo del territorio secondo la logica dell'intimidazione e della sopraffazione".

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